La prima volta che raggiunsi Srebrenica è stato nel dicembre 2016, alla fine di un rocambolesco viaggio attraverso i Balcani; qui, in un fumoso bar al primo piano, incontrai Irvin, trentenne bosniaco che per due decenni ha trovato asilo in Val Camonica con la madre e la sorella, in fuga dalla Ex-Jugoslavia in guerra, alle porte di casa nostra. Da due anni il vispo Irvin è tornato a Srebrenica con una feroce voglia di riscattare la sua città attraverso un progetto formidabile (l’apertura di una Casa della Natura, a cui dedicherò un altro post), preda dell’urgenza catarchica di ritrovare sé stesso attraverso la sua terra, di trovare le risposte alle sue domande interpretando i segnali che Srebrenica, inevitabilmente, continua a lanciargli. Con infinta pazienza mi ha mostrato tanti angoli di questa vallata, mi ha introdotto ai suoi amici e ai suoi luoghi, e soprattutto, ha accettato di parlare del mostro che ha lacerato la sua terra e la sua gente: la guerra. Mi occupo di Balcani da ormai parecchio tempo, ma l’esperienza sul campo è totalmente diversa dai libri e dai documentari. La più grande lezione che ho imparato a Srebrenica riguarda il potere della Speranza, un potere che non si evince dalle pagine di saggistica. Le persone che ho incontrato a Srebrenica nutrono sinceramente vive speranze di poter ricominciare, nonostante un passato che pesa come un macigno sulle coscienze di tutti noi; l'amore che provano per la loro terra e la speranza di poterla vedere rinascere si mescolano con la sofferenza di percepire questa condizione di oblìo, di concretizzazione perenne della crudeltà umana attraverso ogni singola tomba dello sterminato cimitero di Potocari, in un modo tutto balcanico di fondere i contrasti dentro un'unica indecifrabile essenza. Il mio umilissimo compito è rinnovare la memoria di qualcosa che non va dimenticato, riproporre il monito lanciato all’umanità da chi ha avuto modo di provare fin dove l’uomo può spingersi contro l’uomo. Raggiunsi Srebrenica per capire, per trovare delle risposte, ma me ne andai con molti più interrogativi di prima; e mentre cerco ancora di districare quel groviglio balcanico di contraddizioni che la convivenza secolare del diverso ha inevitabilmente generato, mentre cerco di incanalare l’enorme impatto emotivo delle testimonianze che ho raccolto verso qualcosa di applicabile alla realtà di oggi, scivolano veloci davanti agli occhi le immagini di quei luoghi che hanno conosciuto l’orrore, col loro silenzio assordante carico di tutte le voci che a suo tempo furono inascoltate, e che inesorabilmente gettarono sulla nostra coscienza collettiva la macchia indelebile dell’indifferenza.